Spider-Man: Homecoming

Spider-Man-Homecoming

#SPOILER ALERT
#cinecomics #teen drama #2017
Regia: Jon Watts
Casa di produzione: Marvel Studios
Distributore italiano: Warner Bros. Pictures

Dato che non riesco a capacitarmi del perché Spider-Man: Homecoming stia piacendo così tanto mi sono posto delle domande. Ma visto che comunque non ne venivo a capo, perché niente è più auto-erotico di farsi le domande e darsi le risposte dandosi delle virili pacche sulle proprie spalle, ho deciso di leggermi qualche recensione qua e là.

Un disastro.

Partiamo dalle basi: la sceneggiatura

Per farvi capire come mai il mio cervello riesca solo a figurarsi la sceneggiatura di Homecoming come della diarrea a spruzzo dagli occhi, vi riassumo alcune delle criticità che mi hanno sodomizzato il buon senso. Durante una battaglia in piena notte un tipo usa un’arma che, letteralmente, scioglie e sfonda anche la croce di Gesù fatta di adamantio, vibranio e uru. Al tipo gli scappa un colpo che fa zig zag e non sfiora nemmeno un appartamento. Ok. Con la stessa arma sfonda-culi taglia (di nuovo: letteralmente) un traghetto a metà, nell’arco di un battito di ciglia. Un traghetto pieno zeppo di persone. Non becca nemmeno un chiwawa. Ok. Un aereo si scaraventa su una spiaggia sbudellandone parecchi chilometri, e non c’è manco una coppietta a scambiarsi qualche lavoretto d’artigianato. Se esplodeva una bomba nucleare in centro a New York, secondo la logica di questo film, non crepava nessuno perché tanto erano tutti a fare la villeggiatura in Versilia.

I personaggi

Un ciccione nerd che dice le stesse battute dall’inizio del film fino alla sua ritardatissima fine. L’amore adolescenziale di turno che ha come unica caratteristica quello di essere una figa con tre linee di dialogo rubate direttamente da Paso adelante. Un nemico che poteva sfruttare un potenziale meta-cinematografico che era oro puro, invece si trasforma in un genitore bacchettone di Footloose. Il resto dei comprimari sono macchiette prese da un teen drama di bassissimo livello, che hanno sul protagonista l’impatto di un’idea originale sul cranio impenetrabile di Michael Bay. L’unica che accenna ad un cambiamento è la potenziale morosa, perché il babbo è finito al gabbio e si devono trasferire a Biella o giù di lì. Il motivo per cui Peter Parker sia innamorato di questa sagoma di cartone parlante è un mistero, nemmeno la Signora in Giallo fusa con Don Matteo e geneticamente mixata con Sherlock Holmes riuscirebbe a venirne a capo.

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Il protagonista è un coglione che si toglie la maschera ogni cinque minuti (forse gli pruderà, cazzoneso), e in pieno giorno davanti alla sua scuola fa i doppi carpiati a tre metri per aria, senza che nessuno degli studenti-professori-bidelli-pedofili lo vedano di striscio, non c’era nessuno in tutta la scuola davanti ad una finestra a fare disegnini porno sulle chiazze d’alito. Chiaramente alla fine del film Peter non ha capito un cazzo, perché in realtà invece di prendersi delle responsabilità come gli aveva intimato Stark, il quale lo rimprovera per la sua performance che aveva creato una crisi di doppia identità ad un traghetto, scaraventa un aereo protetto dal segreto militare su una spiaggia cospargendone i pezzi ovunque per chilometri (dopo aver sderenato pure qualche ruota panoramica di qualche povero imprenditore e cose così). I traghetti no, gli aerei sì. Da grandi aerei derivano grandi responsabilità. Come quella di fare ancora il coglione e farsi beccare dalla zia milf con la tutina da supereroe hipster.

Il motto

Oltre al mantra «Il mondo è cambiato» (è vero, fino a qualche anno fa il secondo reboot dopo 15 anni non te lo facevano fare nemmeno se ti chiamavi Martin Scorsese) ci dobbiamo bere pure la storiella che questo è un eroe del proletariato. Sam Raimi aveva inventato un eroe del proletariato, che mentre studia invece di costruire i cazzo di lego consegnava pizze, si faceva le foto per un giornale che lo odiava, perdeva le prime di teatro dell’amore della sua vita (e non le gare liceali col gruppo delle sagome di cartone animate) e noi soffrivamo con lui. Laddove in Raimi c’era una costruzione concettuale complessa e stratificata di New York (pensate anche alla celebre scena del treno, la gente nei vagoni e dai palazzi che noi vediamo sono la vera working class americana, mica dei ragazzini che sembrano usciti fuori da un brutto spin-off di Silicon Valley), nel film di Jon Watts c’è una visione manichea di una gioventù post-crisi.

La regia

Le scene d’azione sembrano girate da uno studente del DAMS sotto anfetamine. Non ci si capisce un cazzo nemmeno rivedendole. La prima volta che l’Avvoltoio scotenna il Bimbo Ragno c’è di mezzo pure una soggettiva, i fuochi vanno e vengono, il tempo collassa e si vedono solo sagome e ombre. 10/10, Hill, Mann, Woo, Evans e mia nonna con le cataratte approved. La scena più spettacolare è girata su un aereo a cui è smattato il sistema stealth, per cui pare di essere su una discoteca lanciata nello spazio a 15.000 km/h, roba che se la vede Refn ci fa una trilogia.

Adattamento dal fumetto

Quello che doveva essere il Peter Parker del canone non c’entra una mazza col fumetto. Capire come i cicli di Conway, Michelinie, McFarlane, persino quello di Howard Mackie cristosanto, ci incastrino con questo film ancora non l’ho capito. C’è qualcosa dello Ultimate di Bendis certamente, ma l’autore celebre per i dialoghi serrati di Sam & Twitch avrebbe scritto qualcosa di infinitamente più credibile di questa immondizia audio-visiva. Va detto che io sono per la riscrittura totale, da un’opera prendi ispirazione mica la copi-incolli, perché quello che rendeva valida un’opera d’arte nel suo formato originario non può essere replicato su un altro. Però stavolta i blog nerdosi hanno salutato questo come il Vero Uomo Ragno, per cui ci ho fatto caso, e ovviamente anche questa l’ho presa in quel posto.

Conclusione

Per tirare qualche conclusione semi-seria (perché non si può essere seri parlando di cinecomics, e i migliori registi del genere per fortuna l’hanno capito) questa nuova forma di narrazione seriale coniata dall’industria della cultura di massa americana, riduce la produzione cinematografica alla categoria ancestrale di lanterna magica nelle fiere popolari. Il che non è negativo di per sé, con i milioni a disposizione di questi colossi opere come Guardian of the Galaxy Vol. 2 diventano possibili, un intrattenimento realmente popolare senza funzione civica (o per meglio dire in relazione al cinema americano di massa: senza la funzione del manganello morale), che gioca anche con la Storia del cinema (North by Northwest) ed esibisce un comparto tecnico che si sviluppa in modo perfettamente diegetico con il tono della pellicola (pensate alla sequenza in cui Rocket Racoon deve insegnare a Baby Groot come innescare la bomba, in realtà la scena interessante accade fuori da lì, ma noi della battaglia vediamo solo uno spiraglio, in un film d’azione canonico questo sarebbe considerato anti-drammatico). Tutti gli elementi svolgono una funzione narrativa, anche la scelta delle tracce musicali ha un che di innovativo per il cinema mainstream. La musica “giovane” fu introdotta dagli allievi di Roger Corman nel cinema americano, allora serviva ad amplificare il senso di rottura stilistica della New Hollywood nei confronti della “Old”. Tarantino all’inizio della sua carriera ripescò addirittura dal rock strumentale, riportandone in auge la grammatica eversiva dei vari Shadows, Ventures, Dick Dale, Trashmen e via dicendo. Gunn invece trae ispirazione dal cinema di serie B e dalla nuova ventata di nostalgia anni ‘80, amplificando l’aspetto proprio di lanterna magica del cinema, proponendo un protagonista che va in giro con un lettore di musicassette a salvare l’Universo, facendoci ascoltare quella musica che segnò un’epoca cinematografica ma riscoprendone una funzione drammatica (non come succede in certe serie TV, tipo Stranger Things, dove anche la musica ha una funzione mediocremente derivativa e nostalgica). Torniamo a Spider-Man: Homecoming. Tutti gli elementi propri della lanterna magica nel film di Jon Watts sono ridotti al mero scopo narrativo, denigrandone le possibilità sia artistiche che di intrattenimento. È un modo come un altro di fare un cinema che rincretinisce lo spettatore, ne abbassa le aspettative, ne riduce sensibilmente la grammatica e quindi anche le capacità di comprendere il linguaggio cinematografico. Naturalmente non penso che il pubblico di massa debba apprezzare registi come Kenneth Anger o riempire le sale per il nuovo film di Sokurov, è più logico che si diverta con film che si riallaccino ad un’idea di intrattenimento giocoso e che stimoli i limiti della fantasia visiva, ma che non siano porcherie come questa. È naturale che non ci aspetti da un film preso dall’Uomo Ragno l’Ichi The Killer di Miike, ma già un Sam Raimi che viene dalla trilogia della Casa e da uno strepitoso Darkman, può fare del cinema anche con un soggetto così banale. Ogni elemento nei suoi Spider-Man giocava su una diegesi con lo sguardo newyorkese che rendeva interessante ogni inquadratura. Persino i costumi sono realizzati tenendo conto dell’architettura peculiare della grande mela (il volto di Goblin, le ragnatele che sembrano acciaio nel costume di Spidey). In Homecoming invece si abdica tutto per il piacere riconoscitivo dello spettatore. Aristotele nella Poetica ad un certo punto parla di riconoscimento come un elemento di piacere per lo spettatore, eppure invita all’uso di questo con una certa parsimonia. È vero che una citazione può arricchire la visione di chi la coglie, ma se non risulta dialogante col resto per tutti gli altri apparirà come una rottura del discorso. Homecoming in questo senso è un continuo inciampare sulla necessità di strizzare l’occhio allo spettatore, demandano alla sua conoscenza extra-filmica il piacere, e riducendo il film stesso ad uno sterile portatore di questi elementi.

Speriamo che almeno il bravo e divertente Taika Waititi (What We Do in the Shadows, Hunt for the Wilderpeople) abbia diretto un Thor: Ragnarok che si ricordi di essere l’elemento più fantastico e sorprendente della fiera, che sappia intrattenere adulti e bambini senza denigrare la grande arte del cinema.

4/10

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