The OA

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#SPOILER ALERT
#thriller #fantascienza #2016
Sceneggiatura: Brit Marling, Zal Batmanglij 
Produzione: Netflix

Spiegare il successo di The OA definita “la serie rivelazione di Netflix” uscita l’anno scorso sulla piattaforma americana, non è così facile come può sembrare in un primo momento. Il 16 Dicembre 2016 The OA compare sulla piattaforma streaming senza alcun preavviso, suscitando così già di per se una certa curiosità divenuta poi scalpore per la progressiva ambiguità delle 8 puntate, una tecnica di per sé ottimale, ma che non sarebbe mai riuscita a suscitare tutto questo interesse se fosse stata una qualunque altra serie del catalogo di Netflix.

Chi c’è dietro

Brit Marling e Zal Batmanglij si conosco dai tempi in cui erano studenti dell’American Film Institute Conservatory di LA. Brit prima di essere la protagonista di The OA era già un’attrice piuttosto affermata, salita alla ribalta dopo il suo ruolo in Arbitrage (2009) di Nicholas Jarecki, un thriller con nomi altisonanti (Susan Sarandon, Tim Roth, Richard Gere e Cliff Martinez) ma essenzialmente una marchetta per un Gere da rilanciare. Zal invece è un regista, uno dei pupilli del Sundance Film Festival. Il suo The East (2013) resta uno dei lungometraggi più discussi della storia della kermesse fondata nel 1981 da Robert Redford, un thriller a sfondo anti-capitalista con protagonista proprio la nostra Brit che lo ha anche co-sceneggiato. Il film subì feroci critiche come entusiastiche recensioni, di sicuro sia nel ritmo del montaggio che nelle scelte registiche ci sono varie anticipazioni sulla struttura visiva di The OA, in particolare sul suo lasciare indizi a destra e a manca senza sentire la necessità di unire i puntini. La serie l’hanno scritta assieme, Zal ha diretto ogni singolo episodio.

Il “caso” The OA e la sua ambiguità

Narrativamente ci troviamo di fronte ad un thriller fantascientifico in piena regola, la sceneggiatura potrebbe esser stata scritta dal giovane Crichton di Andromeda dopo una serata di bagordi con Philip K. Dick, ma la componente fantascientifica della serie risulta essere banale e fortemente prevedibile dal sesto episodio in poi, con un’escalation nell’ultimo episodio degna di un Lucky Starr (e non è un complimento). Va anche detto che dare un giudizio oggettivo sulla serie partendo da dati per così dire tecnici, risulta quanto meno inadeguato, perché non sarà lì che troveremo la chiave di lettura del suo successo né del suo indiscutibile fascino.

Tra le tanti opinioni che affiorano da internet quella più quotata è certamente “Non so perché ma mi è piaciuta”. A parte i soliti talebani che dividono il mondo artistico in Capolavori o Merda, i quali non conoscono le vie di mezzo perché in realtà non padroneggiano la storia della settima arte, tantissimi spettatori si sono ritrovati ad amare certi aspetti della serie e ad odiarne altri, non riuscendo però nel contempo a fermare la visione e lasciandosi trasportare dal binge-watching più estremo. Questo in realtà è facilmente spiegabile: The OA si basa su archetipi narrativi solidificati nella nostra cultura filmico-televisiva, invece di esporli li lascia intuire facendo in modo che sia lo spettatore a unire i puntini e a formarsi un proprio disegno, in questo modo l’equilibrio tra quello che pensi di sapere e quello che sai viene costantemente ribaltato, provocando un mix di frustrazione e curiosità che ti porta (sia che ti piaccia o meno il prodotto) a guardare la puntata successiva.

Esattamente come ci viene rappresentato durante la serie anche gli spettatori sono divisi tra chi crede nella storia di Prairie Johnson e chi no, molto probabilmente fin dall’inizio ogni spettatore decide se vuole sospendere la sua incredulità oppure aspettare cinicamente che la storia di Prairie si contraddica.

Il finale della serie è certamente uno dei punti focali delle discussioni/scontri sul web, anche se a mio avviso è uno dei pochi momenti in cui Brit e Zal chiudono ad ogni possibile interpretazione. Nell’ottavo episodio Prairie dice di aver compreso il sogno che le ricorre da quando è tornata a casa, così esce dall’appartamento dei suoi andando istintivamente incontro ai ragazzi che l’hanno seguita e che fino a poco prima non le credevano più. Tutti e cinque applicano i movimenti che Prairie gli ha insegnato per salvare loro e il resto degli studenti da un giovane squilibrato (guarendolo?), prima del miracolo però viene sparato un colpo che colpisce al cuore Prairie. Morendo può finalmente entrare nel flusso che lei spesso citava, la corrente che le permetterà di raggiungere un nuovo piano dimensionale. Non è possibile infatti immaginarsi un finale diverso, dove lei si risveglia in un ospedale psichiatrico o qualcosa di simile (anche se in un breve frame vorrebbero farcelo intuire), poiché se dobbiamo credere a quello che abbiamo visto Prairie fugge di casa senza la possibilità di sapere quanto sta accadendo nella scuola, e questo genere di coincidenze (come quella dei cinque movimenti e dello sparo) rientrano pienamente nel discorso fantascientifico della serie confermandolo al di là di qualsiasi giudizio in merito. Inoltre noi sappiamo da quanto ci ha detto la protagonista che le dimensioni si “biforcano” ogni qualvolta qualcuno fa una scelta nell’aldilà e ritorna, per cui teoricamente la storia per noi finisce qua, anche se probabilmente Netflix penserà bene di continuarla facendola diventare una specie di Lost con gli angeli.

Per cui più che nel finale o nelle questioni filosofico-fantascientifiche la vera ambiguità della serie sta nel suo svolgimento e in certe scelte strutturali.

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Iperrealismo vs science-fiction

In tutto il corso della serie vengono presentate molte tematiche ma solo poche sono state realmente affrontate. Le più eclatanti sono certamente il ruolo della famiglia contemporanea e l’adolescenza. A molti spettatori la tensione adolescenziale in The OA a ricordato quella del cult di John Hughes Breakfast Club, ed a ragione. Il motivo per cui lo spettatore decide di proseguire a discapito di una trama che non vuole risolversi sono i caratteri dei personaggi, talmente ben scritti e genuinamente recitati da sembrare indiscutibilmente veri, da qui il senso di disagio sul perché dei ragazzi così simili a noi, totalmente ingabbiati nei loro dubbi e nella staticità della loro esistenza (il passaggio all’età adulta, il gestire la propria rabbia, la sessualità, l’immobilismo, la vecchiaia) decidano di credere ad una storia assolutamente illogica e potenzialmente pericolosa. Il dualismo tra iperrealismo e fantascienza è la chiave dell’ambiguità di The OA, quel senso di angoscia che permane dopo la visione di ogni episodio.

I protagonisti che ci vengono presentati crescono assieme, non tutti vengono ugualmente sviluppati ma persino operando una scelta del genere non sentiamo prevaricare l’importanza di un dato personaggio su un altro, questo perché le prove che devono affrontare insieme sono più importanti delle loro volontà personali. Il gruppo formato dai ragazzini che ascoltano Prairie nella casa abbandonata superano i loro conflitti interni e crescono come persone, è infatti OA/Prairie tramite il racconto della sua tragica vicenda a insegnargli cosa sia il vero dolore, la vera sofferenza, emozioni non dissimili da quelle che loro provano tutti i giorni, ma amplificate dall’orrore della prigionia. Prima di conoscerla per loro le risposte a questi stimoli erano la violenza (es. Steve che fa il bullo e che “pugnala” Prairie con una matita) o l’indifferenza (es. Alfonso che vuole lavarsene le mani di tutta la faccenda perché deve pensare alla sua borsa di studio) alle quali Prairie risponde con la fede verso l’altro, l’amicizia e una nuova famiglia. La stessa crescita la vedremo in parallelo nel gruppo dei prigionieri del Dr. Hunter “Hap”, prima egoisticamente divisi nel tentativo di salvarsi individualmente (oppure già sconfitti nell’animo), e infinite uniti in una frenetica coreografia cosmica a metà fra i balli ancestrali delle prime comunità umane e le coreografie di Yasmine Hugonnet.

Violenza, indifferenza, egoismo, sono tutti temi portanti delle discussioni sociali nell’epoca delle crisi post-2008 e del bullismo sul web, The OA fa finta di metterli in secondo piano quando invece è solo grazie al superamento delle barriere che ci obblighiamo ad innalzare (o che l’ambiente in cui siamo cresciuti ci ha portati a fare, altro tema per niente sottovalutato nella serie) che la trama può proseguire.

Ma quindi che cos’è la famiglia in The OA? È una domanda lecita da farsi, le famiglie naturali che ci vengono presentate tutte piuttosto negativamente dalla sceneggiatura, qualsiasi scelta fatta dagli adulti sembra mossa da una cecità allarmante e tristemente contemporanea, invece le famiglie che questi giovanissimi costruiscono tra di loro, che sì sono anch’esse frutto di sacrifici e litigi epocali, sono però anche quelle con cui possono condividere le proprie sofferenze e i loro egoismi, laddove anche qui c’è un attrito tra realtà e finzione, in cui la finzione sta per tutte le loro proiezioni in un futuro ipotetico mentre la realtà sono i fallimenti di tutti i giorni.

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Una conclusione

Restano parecchie criticità che andrebbero perlomeno citate, intanto quel titolo che ci viene presentato dopo un’ora della prima puntata, quindi il tema della non-serie ma bensì film-lungo spiattellato con poca eleganza e con un pizzico di pretenziosità, tutte quelle domande sulla sceneggiatura che permangono tipo perché la polizia era in casa di Prairie quando trovano Alfonso, perché lì ci troviamo anche la custodia del suo violino, perché all’inizio vediamo Homer in TV che si risveglia da un coma, e altre meno macroscopiche, ma che che si potrebbero tutte spiegare col fatto che la realtà che noi come spettatori stiamo osservando sia già stata biforcata rispetto a quella vissuta da Prairie e raccontata nella casa abbandonata, ma francamente sono tutte supposizioni che non cambiano ciò che di base resta emotivamente dopo aver visto tutti gli otto episodi.

Il gioco quindi è riuscito, The OA punta tutto sull’attrito tra fede e realtà, colpendo a pieno allo stomaco ma restando, almeno sommando tutti gli elementi tecnici e di sceneggiatura, un prodotto poco più che discreto. Basti pensare a quante sequenze si potevano accorciare, oppure alla pretenziosità nelle spiegazioni filosofiche di Prairie sulla vita e l’oltre-vita quando questo aldilà viene sempre rappresentato con una banalità quasi irritante, corroborato da un finale scontato e grossolano sotto ogni punto di vista. Ma è proprio questa sua intrinseca imperfezione l’origine di tutta la sua bellezza e unicità, senza tutti questi elementi incoerenti questa serie non risulterebbe un’esperienza così originale e affascinante, sia che sia piaciuta o meno, provocando certamente delle domande e dando poche e confuse risposte, mettendo alla prova il nostro raziocinio e la nostra emotività, ma sopratutto trascinandoci via con sé verso una dimensione non tanto diversa dalla nostra, dai contorni sfocati e piena di contraddizioni, The OA insomma ci mostra un appiglio molto reale dal vortice di vacuità dei nostri tempi, un messaggio d’amore che travalica i limiti della sceneggiatura o della regia.

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E per il gran finale:

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