Suicide Squad

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#SPOILER ALERT
#cinecomics #2016
Regia: David Ayer, Trailer Park.
Casa di produzione: DC Entertainment, 
RatPac-Dune Entertainment, 
Atlas Entertainment.
Distributore italiano: Warner Bros. Pictures.

Sembra che ormai ci sia una certa difficoltà a giudicare i cinecomics come opera a sé stante, comparandoli forzatamente all’interno di una sorta di guerra tra Marvel Studios e DC Entertainment, la stessa diatriba che coinvolge i fan delle storiche case editrici americane da più o meno 55 anni.

Questo perché si è creata in modo repentino e viscerale una forte appartenenza ai due brand non più in base ai semplici gusti fumettistici, che sono comunque una microscopica parte dell’enorme pubblico al quale si affacciano i due studi cinematografici, ma ai volti carismatici degli attori e dei loro alter-ego, nuovi eroi di nuove epopee per nuove generazioni.
A questo si aggiunge una voluta e furba caratterizzazione del mood che le pellicole dei due colossi editoriali contrappongono: ironiche e cartonate quelle Marvel, dark e seriose quelle DC.

Ora, senza doverci per forza immergere nella storia del cinecomics, cosa che magari faremo in un prossimo futuro miei cari Invasori, diamo uno sguardo critico a questo film, analizzandolo al di fuori delle diatribe che servono solo per far rumore sui social media e fomentare l’attenzione su quella o quell’altra pellicola.

Suicide Squad ha subito un brutto trattamento in fase di montaggio, e si vede. Tolto dalle mani del suo regista, il David Ayer di Fury, è passato di mano agli autori dei vari trailer del film stesso, i quali promettevano nei loro scoppiettanti spot azione a palate e schizofrenia visiva, con un risultato finale che rispecchia esattamente le necessità del pubblico (che infatti ha premiato la pellicola con buoni incassi finora) ma che di cinema alla fine ha poco se non nulla.

Il comparto tecnico messo a disposizione dalla Warner è davvero eccelso, illuministica, fotografia, scenografie e costumi, tutto perfetto e dannatamene tirato a lucido, peccato che siano le scelte registiche ad affossare il film. Non si bestemmia infatti se si dice che Suicide Squad è un video-clip di 130 minuti, infarcito di belle immagini che sono lì perché starebbero benissimo su una copertina di Rolling Stone, ma che non sfruttano il media di riferimento, ovvero questo benedetto cinema.

La regia è totalmente sbandata e lo possiamo evincere da qualsiasi sequenza, come quando Harley Queen nel bel mezzo della battaglia decide di rompere una vetrina per prendersi una borsetta di marca. Capisco che Ayer volesse trasmetterci un messaggio semplice ma importante, ovvero che quella barriera che le persone normali hanno tra moralità e immoralità i suoi personaggi non la conoscono. Peccato che  questa sia l’unica vera scena in cui un cattivo fa qualcosa di parzialmente “cattivo”. I protagonisti ci vengono presentati fin dai primi minuti come esseri malvagi fino al midollo, ma alla fine si ritrovano tutti assieme a salvare il mondo che, a detta loro, li odia.

Ovvio che Ayer voglia far intuire allo spettatore che non ci sono buoni e cattivi ma solo persone che hanno compiuto delle scelte o sono costretti ad essere così dalla società (che è anche un bel messaggio, fra l’altro), peccato però che questo lo si evinca a posteriori, di certo non guardando una tizia rompere una vetrina, o soffermandoci ogni tre per due su Will Smith e sua figlia e su quanto sia buono ed amabile come padre, o quanto sia cazzuto e invincibile come personaggio, dai: è praticamente perfetto se ci pensate bene! Batman ha spedito in galera un libero imprenditore ed un padre affettuoso!

Ogni azione nel film sembra confermare il loro tratto umano e non la pericolosità tanto esaltata da ogni dialogo, è vero che li vediamo ammazzare qualche guardia nelle sequenze in prigione (prima di tornarci tutti felici e contenti nel finale), ma non riusciamo nemmeno a vederlo perché sono azioni così concitate che non ci si capisce quasi mai una mazza!

Ecco, parliamo delle scene d’azione e del montaggio.
Molte delle scelte fatte in fase di montaggio rilasciano forti dosi di perplessità. Non è un caso se nella scheda tecnica ho voluto mettere la Trailer Park assieme a David Ayer alla voce “regista”. Tra le sequenze peggiori c’è certamente la prima scena di combattimento della squadra suicida, in cui vengono inseriti una serie di rallenty totalmente a casaccio (cosa che purtroppo accadrà sempre più spesso nella seconda parte del film), ne segnalo giusto uno particolarmente raccapricciante dal punto di vista tecnico: vediamo i militari sparare contro i mostri che li attaccano che non sono inquadrati, poi il rallenty del bussolotti per terra in dettaglio, e in seguito i mostri che li hanno raggiunti, per cui il dettaglio dei bussolotti rimane praticamente fine a se stesso. Se vuoi far capire che hanno sparato tanto ma senza una reale efficacia dovremmo vederli avanzare senza paura sotto una pioggia di colpi, anche per solo un secondo, se vuoi trasmettere la forza di questi nemici devi farceli vedere non mentre le prendono (fra l’altro le prendono SEMPRE, si frantumano come bicchieri di cristallo) ma mentre sembrano potenzialmente invincibili.

Ecco il problema del film: immagini senza narrazione. Ogni cosa viene data per scontata, procedendo su ritmi che non possono nemmeno essere frenetici perché intervallati costantemente da flashback e rallenty. Piuttosto che racontare tramite la storia e lo svolgersi dell’azione, Ayer si affida ad escamotage degni delle peggiori telenovelas, facendo perdere molto del fascino potenziale dei protagonisti e spezzando continuamente l’azione.

I due film più citati da Suicide Squad sono Quella sporca dozzina e 1997: Fuga da New York, peccato che per entrambi il fascino dei protagonisti non stia nella sceneggiatura ma nello scoprirli e nel conoscerli di passo in passo durante lo scorrere della storia. Un vero peccato, considerando che gli attori erano in stato di grazia e i personaggi perlopiù ben scritti. Jared Leto avrà anche solo due minuti ma è incredibilmente carismatico e vorresti averne sempre di più, bravissima anche Margot Robbie nel ruolo di Harley Quinn, però un paio di considerazioni sul resto del cast vanno dette.

Intanto prendere un’attrice talentuosa come Viola Davis e fargli fare la scopa nel culo di turno è da denuncia penale, inserire a forza personaggi come Katana (inutile sotto ogni punto di vista), Captain Boomerang, ma sopratutto un tragico Slipknot, interpretato, se così si può dire, da Adam Beach, il quale muore alla prima uscita e non ha nemmeno una backstory di mezzo minuto, lascia dei grossi dubbi su come la pellicola sia stata ponderata in fase di pre-produzione. Questo non l’ho dico per cattiveria gratuita, ma alla luce del fatto che Ayer la backstory di Slipknot l’aveva pure girata per dire, ma non l’ha voluta mettere perché secondo lui “sovraccaricava” il film, il che se ci pensate è davvero ironico considerando che almeno altri due membri della squadra erano pateticamente inutili ai fini della trama.

Le musiche sono una delle note più dolenti. In pratica il regista ha messo tutte le canzoni più fighe della sua playlist su iTunes, quelle che teoricamente ti fanno alzare dalla sedia per dire «Wow! Senti come pesta!» ma senza alcun criterio musicologico. Nel cinema le musiche dovrebbero essere scelte per necessità espressiva o narrativa, in costante dialogo con le immagini senza soverchiarle ma potenziandone il significato (o in casi più raffinati, portando avanti la storia stessa, come in Trois couleurs: Bleu di Kieślowski), in Suicide Squad invece si prendono direttamente da Billboard e si schiaffano in faccia al pubblico senza alcun criterio, svuotando di senso sia il pezzo scelto che la scena di riferimento, creando un corto circuito narrativo.

La cosa risulta oltremodo ingiustificabile anche alla luce di blockbuster precedenti come Guardians of the Galaxy, dove le musiche curate da un sempre bravissimo Tyler Bates, seguono il ritmo delle scene, e James Gunn che è un regista che nella Troma ha imparato anche il valore narrativo della musica, ti butta lì un melenso Elvin Bishop mentre Chris Pratt cerca di bombarsi Gamora o un David Bowie mentre entrano nella stazione spaziale. E non è che stiamo parlando delle musiche di Tiomkin per Mezzogiorno di Fuoco, ma di un semplice di blockbuster in stile Indiana Jones! Seven Nation Army aveva persino più senso nei titoli di testa di ACAB – All Cops Are Bastards di Sollima, laddove il riff è stato storicamente ripreso dalle curve e dagli ultras nostrani, tema che nel film è molto presente, per cui anche se all’inizio può sembrare una forzatura in realtà fa parte del mosaico narrativo del film, invece in Suicide Squad viene inserita totalmente fuori contesto (come tutte le altre tracce sia chiaro) per il semplice fatto che pesta duro

Secondo la campagna mediatica portata avanti prima dell’uscita nelle sale, il mood del film doveva essere più “Marvel” e meno dark e politicizzato alla Snyder, con le battutine del cazzo e tutto il resto, non banalmente ironico alla Ant-Man ma più auto-ironico come lo sono stati gli Hellboy di Del Toro o il già citato Guardians di Gunn, non dimenticando però il realismo fintamente autoriale della DC. Capite bene che è una sintesi difficile da trovare, e infatti questi elementi compaiono tutti singolarmente ma non riescono ad armonizzarsi fra di loro.

Per molti questo film di Ayer assieme all’ultimo di Snyder sono esempi di cinecomics che tentano di alzare l’asticella della sperimentazione nel genere, assassinato dallo stile spensierato ma fortemente controllato in fase di produzione della Marvel. A parte che l’unico film visto finora di questi nuovi cinecomics davvero libero da beghe produttive è stato (sì, di nuovo) Guardians of the Galaxy, proprio dei restrittivi Marvel Studios, ma poi va ricordato che già esistono i cinecomics autoriali, e si magnano in sol boccone tutta la produzione delle due case americane. Pensate al Darkman di Sam Raimi, a Ichi The Killer di Miike, al secondo capitolo di Hellboy, lo Snowpiercer di Bong Joon-ho, questi sono film che hanno dato un’impronta fortemente autoriale al genere, sperimentando linguaggi molto differenti, alcuni arrivati a vette artistiche prima insperate (in particolare il bellissimo Ichi The Killer di Takashi Miike, una regia febbrile e visionaria che supera di gran lunga l’opera cartacea di Hideo Yamamoto).

Una grande occasione persa di fare qualcosa di diverso per alzare l’asticella del genere, finché la Warner affiderà le sue pellicole a registi da video-clip questo sarà il risultato, non dico di assumere registi come Takashi Miike per carità, si parla pur sempre di intrattenimento e sane scazzottate e non lo stiamo dimenticando, questi sono prodotti progettati per incassare un botto anche a discapito della qualità finale, però che sia almeno cinema e non una porcata visiva come il Dracula Untold di Gary Shore.

3,5/10

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